É il 5 giugno 1995 quando in una Milano piovosa giungono due argentini, che vengono presentati alla stampa e poi si affacciano dalla terrazza Martini. Sono praticamente i primi acquisti del neopresidente Massimo Moratti, in carica da febbraio.
Il primo è Sebastián Rambert, proveniente dall’Independiente, 21 anni, attaccante, costato 4 miliardi e 200 milioni di lire. È detto Avioncito, per la sua esultanza che imita un aeroplano. Il giovane centravanti vanta già nel palmares il torneo di Clausura del 1994, la Recopa 1995 e per 2 volte la Supercoppa sudamericana; in più, sette presenze e quattro gol con l’Argentina allenata da Daniel Passarella, che lo ha convocato anche per la Confederations Cup del 95, dove l’Albiceleste è arrivata seconda. Ha il sostegno di Antonio Valentin Angelillo e Omar Sivori, due nomi non certo di poco conto, ed era stato seguito anche da Juventus e Parma. Ma l’Inter l’aveva spuntata ed era sicuramente lui l’acquisto che faceva sognare tra i due, viste le referenze.
L’altro giocatore si chiama Javier Zanetti, classe 1973, è cresciuto anche lui nell’Independiente, ma militava nel Banfield quando l’Inter lo ha acquistato per 5 miliardi. Moratti lo aveva osservato per puro caso quando da una cassetta di una partita dell’Argentina olimpica gli rubò lo sguardo molto più di Ortega che invece gli era stato consigliato. Il presidente nota che questo giovane terzino non perde mai palla, possiede un’accelerazione bruciante, dei polmoni d’acciaio e se la cava sia difensivamente che offensivamente.
Ma è arrivato in sordina, sembra molto timido, e col mercato che si prospetta è difficile che possa giocare con continuità. Del resto, si possono schierare al massimo tre stranieri e una volta giunti a Milano anche Paul Ince e Roberto Carlos, appare decisamente improbabile che Zanetti abbia concrete possibilità di scendere in campo.
Eppure più di qualcuno sembra scorgere qualcosa di unico in questo ragazzo. Il primo è capitan Beppe Bergomi, che racconterà come alla presentazione dei due giocatori, appena vede El Tractor pensa subito: “Questo ragazzo farà la storia dell’Inter“. Gli fa eco in un’intervista dell’estate 1995 un certo Diego Armando Maradona: “Il vero affare l’Inter lo ha fatto con Zanetti“.

Indosserà il numero 4 per caso, non sapendo ancora che legherà a quel numero una carriera intera. Nel mentre Rambert verrà ritenuto inadeguato sia da Ottavio Bianchi che da Hodgson, che non lo schierano mai. Colleziona solo due presenze, nel momento in cui il tecnico ad interim è Luisito Suarez: una in Coppa Italia e una in Champions League contro il Lugano (partita entrata nella storia nerazzurra dalla parte sbagliata). Prestazioni deludenti e già nel mercato di riparazione finisce al Real Saragozza, con cui segna 5 gol per poi perdersi. La sua carriera non decollerà mai e per diversi problemi fisici terminerà a soli 29 anni.
E quella di Zanetti? 858 presenze con l’Inter, di cui 615 in A (quarto assoluto dopo Buffon, Paolo Maldini e Totti). 16 trofei, il più vincente nella storia interista con 5 scudetti, 4 Coppe Italia, 4 Supercoppe italiane, 1 Coppa UEFA, 1 Champions League e 1 Mondiale per Club. Capitano dal 2001 al 2014 e con la fascia al braccio è il nerazzurro più presente in Champions League (82). È tredicesimo nel novero dei giocatori con più di mille partite in carriera e con 145 gettoni è il terzo argentino più presente in nazionale, dietro solo a Messi e Mascherano. È partito come terzino destro, ma a centrocampo e in difesa negli anni ha ricoperto tutti i ruoli con un’abnegazione incredibile. Ora è vicepresidente nerazzurro. Ma tutto questo non sarebbe accaduto se quel 5 giugno di 31 anni fa non fosse arrivato silenzioso e con le scarpe in mano dalla lontana Pampa, aspettando che il suo carattere e il suo talento venissero scoperti da tutto il mondo.
