JOSE MOURINHO PENSIEROSO ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )
Il nuovo tecnico del Real Madrid ha raccontato diverse fasi della sua carriera da allenatore, evidenziando il grande rapporto con il gruppo storico del Triplete nerazzurro.
Com’è stato l’inizio sulla panchina dell’Inter?
“L’inizio all’Inter è stato complicato perché la rosa era vecchia e molti calciatori over 30 avevano contratti pesantissimi. Li facevo sentire indispensabili anche se non giocavano sempre. Figo, Zanetti, Cordoba, Materazzi: la vecchia guardia era incredibile, avevano ancora voglia di realizzare sogni col club che amavano profondamente. E’ stato un onore aiutarli a realizzare quel sogno: erano un gruppo fantastico. Seguivano un copione: io lo scrivevo, ma loro andavano in campo. Trovavamo la soluzione insieme: era perfetto”.
Il percorso di crescita per la Champions
“La Champions? In Europa serve qualcosa di diverso: devi salire di livello, è quella la sfida più grande. Per vincerla devi avere tutto e noi nel 2008-09 non l’avevamo. Ibra al Barça? Perdere il nostro giocatore più importante fu un duro colpo: uno dei miei assistenti in lacrime disse “senza di lui siamo morti”. Sapevamo cosa ci serviva: una squadra veloce e un giocatore creativo. Moratti fu incredibile in quella trattativa: invece di cedere Ibra solo per soldi, portò a casa quelli ed Eto’o. La sconfitta è solo l’inizio di un percorso vittorioso: perdere con lo United è stato l’inizio del percorso. Il mio compito all’Inter non era ancora finito”.
Il Triplete e l’addio all’Inter
“Ero amato dal club, dai tifosi e dai giocatori: non avrei potuto trovarmi in un posto migliore. Ma volevo vincere in paesi diversi e andarmene: volevo il Real Madrid. La sera prima della finale il Real voleva che firmassi il contratto: credevano che dopo la vittoria cambiassi idea. Ma rifiutai per una questione di rispetto.Il Triplete ha significato tutto: un club e un posto che amavo, ma avevo in mente di vincere la finale e andarmene. Se fossi salito sull’aereo coi giocatori e fossi andato a festeggiare allo stadio coi tifosi, sarei rimasto. Quindi sono dovuto scappare. Decisi di restare a Madrid e di non tornare a Milano: non potevo farlo. Scappai da quell’emozione, il lavoro era finito”.
