Inter Family – La nostra rubrica continua nel suo intento di riportare testimonianze dal mondo Inter. Oggi abbiamo il piacere di poter conoscere Alessandro D’Anna, presidente di quello che forse è il più particolare tra gli Inter Club, ovvero l’Inter Club Tri Basei che quest’anno compie 10 anni.
Partiamo subito con la prima domanda: dieci anni appena compiuti, ci puoi raccontare gli inizi e cosa vi contraddistingue nel panorama nazionale?
Io prima facevo parte di un altro Interclub. C’erano molte cose all’interno di questa associazione che non mi piacevano e non mi piaceva come veniva gestito il tutto. Più per gioco che per un progetto serio, abbiamo deciso di creare questo nuovo sodalizio, nato in sordina, ma che in poco tempo è diventato una realtà dell’interismo nazionale e mondiale. Inoltre siamo un’associazione no-profit che col tempo è diventata una APS, quindi associazione di promozione sociale. Infatti noi possiamo ricevere 5×1000, perché per aiutare le persone abbiamo bisogno di gente che ci aiuti ad aiutare. Va bene l’Inter, ma va bene soprattutto l‘attenzione per il sociale. È qualcosa che ci muove tutto l’anno, facciamo tante iniziative, facciamo raccolta di fondi per tante associazioni che hanno bisogno. Abbiamo creato tutto questo perchè volevamo un club di totale fratellanza, non solo a parole. Vuol dire che tutti i soci hanno gli stessi diritti, pagano le stesse spese, anzi magari chi ha una posizione più importante ci mette anche qualcosa di più, per rendere il club più forte. Noi ci basiamo sulla passione, e la passione non è un qualcosa su cui tu puoi speculare. L’Inter è un piacere, e se si riesce si cerca di viverlo nella maniera più accessibile a tutti. Poi quando dico avvicinarsi alla squadra, vuol dire avere dei pre-partita e dei post partita molto importanti. Sia in casa che in trasferta si parte presto per vivere l’intera giornata insieme. Questo è il nostro modo di vivere il club.
La vostra quindi è una presenza costante, sia in casa che in trasferta. Possiamo dire che Tri Basei vive l’intera stagione come una grande famiglia?
Siamo presenti perché con 200 abbonati ogni domenica il Tri Basei occupa una fetta importante del mondo Inter. Ci troviamo un po’ dappertutto e i nostri soci sono distribuiti un po’ in tutte le parti dello stadio. Ma una cosa importante è la nostra presenza anche in trasferta in Italia, ma soprattutto all’estero. La partecipazione è sempre molto alta per il nostro club. Fortunatamente adesso la distribuzione dei biglietti segue il criterio della loyalty. Riusciamo comunque ad essere presenti anche negli stadi più remoti. Io mi ricordo la trasferta a Razgrad il giorno prima che scoppiasse il Covid in Europa a Codogno. L’ultima che ho fatto a Bodo, siamo stati a dicembre a Riyad. Noi seguiamo sempre l’Inter ovunque perché è bello: portare il Tri Basei sempre vicino alla squadra è una nostra prerogativa a cui teniamo tanto e di trasferte belle abbiamo tantissimi ricordi, come racconto anche nel mio libro.
Stagione in corso: manca poco al coronamento di un sogno. Tue opinioni sugli episodi controversi che ci hanno toccato dalla vicenda Bastoni in avanti?
Per qualche anno sembrava si fosse risolto il problema di coloro che inquinano il calcio. Invece alla fine si sono industriati e poco alla volta hanno affinato la tecnica, fino a rendere inutile la funzione del VAR e continuare così a fare i loro comodi. Adesso inventano le palle inattese piuttosto che il gomito, il moto rotatorio o altro e così danno rigori quando vogliono e quando non vogliono non li segnalano. Addirittura non fanno vedere neanche i replay in televisione. Ormai siamo tornati al vecchio stile che tanto era caro in quel di Torino. Va bene lo stesso, per me sarà più bello vincere questo scudetto, vincerlo così contro tutto e contro tutti. Anche contro i giornali che lanciano crociate per una simulazione, quando il giorno dopo già se ne vede un’altra. Per settimane questo linciaggio mediatico e non solo, nei confronti di uno dei giocatori più importanti della nazionale, che alla fine ha fatto anche l’errore(a parer mio) di chiedere scusa. Ripeto, sarà più bello vincerlo anche contro tutti quelli che fanno le tabelle e non solo.
Potendo scegliere: i ricordi più belli se dovessi citarne qualcuno e, se ci sono, rimpianti o esperienze meno positive?
Ricordi belli ne abbiamo tanti per fortuna. Soprattutto i primi anni, prima del Covid, ogni settimana creavamo qualcosa di diverso, di fantastico, di divertente. E ogni volta dicevamo basta, dopo quello che è successo stavolta l’Inter Club non ha più senso di esistere perché non riusciremo mai a raggiungere una situazione top come questa. Ogni volta ripetevamo questa frase e ogni volta invece succedeva che creavamo una situazione nuova. Ti faccio gli esempi, eravamo appena nati a 10 mesi di vita, Interclub giovanissimo, partecipiamo a un torneo di Interclub, finale a San Siro, semifinale all’arena e finale di nuovo a San Siro. Abbiamo vinto la coppa battendo un club, quello del socio di Zanetti, proprio sotto la Nord e abbiamo alzato il trofeo. L’anno dopo, stessa cosa, abbiamo bissato la vittoria! Altro ricordo pazzesco: quando ho creato la maglia di Icardiff e mi hanno fotografato la schiena a Brunico. Quella foto è finita sui giornali di tutta Europa. Di cose belle ne abbiamo fatte tante, quando abbiamo fatto il bene, quando abbiamo organizzato delle raccolte fondi per associazioni che hanno bisogno con delle feste memorabili. L’unico rimpianto che ho è stato il Covid. Avevamo organizzato una trasferta in limousine a Bergamo per arrivare nel settore ospiti, scendere con lo striscione ed entrare allo stadio. Era tutto pronto poi è scoppiata la pandemia e non se n’è fatto più niente purtroppo.
Per concludere, oltre a ringraziarti per la bellissima chiacchierata, ti chiedo quali sono i giocatori ai quali sei più legato e come sei diventato interista?
A due anni già andavo a San Siro a vedere il Milan. Giustamente, io ero milanista come mio papà. Poi, un giorno c’è stato un derby nel ’71 e giocava in casa l’Inter e c’erano gli striscioni tutti nerazzurri, c’erano più bandiere nerazzurre e ho visto San Siro con un altro colore. Quando hai quattro anni non è che hai dei pensieri articolati, vivi delle emozioni molto primitive, molto primordiali. A me questo nero-azzurro ha dato un impatto diverso. Poi vuoi mettere anche la fortuna di vedere vincere un derby con un gol di Corso e Mazzola, e l’Inter vince lo scudetto quell’anno. Dopo quella grande rimonta sul Milan, una vittoria trionfale con quel gol in rovesciata storico di Boninsegna. L’Inter diventa campione d’Italia per l’undicesima volta e lì anch’io divento interista. I primi idoli per me sono stati Facchetti e Boninsegna, quelli che ho amato da bambino e quindi con quel trasporto che solo i bambini hanno. In adolescenza, a parte Altobelli che rimane sempre nei cuori di tutti i interisti, il grande idolo di quel periodo è stato Karl Heinz Rummenigge. Da lì ho cominciato a fare la tessera, tutte le domeniche allo stadio con l’abbonamento. Poi Berti, che tra l’altro è un amico, quello che mi ha fatto la prefazione al libro e con cui abbiamo condiviso insieme qualche giornata, un ragazzo di cuore. Il più grande idolo che ho mai avuto però è stato Paul Ince: è il giocatore che ho amato più di tutti, che mi ha fatto sentire più di tutti l’interismo. Il secondo giocatore che ho amato più di tutti è stato il Youri Djorkaeff. Un altro giocatore che mi è piaciuto veramente tanto è stato Goran Pandev, per la sua umiltà e attaccamento ai nostri colori. Come dice Ruggeri però, non potrei mai essere l’assistente di chi fa il mercato per l’Inter, perché li terrei sempre tutti.
