L’URLO DI CRISTIAN CHIVU CHE PUNTA IL DITO ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )
INTER CRISTIAN CHIVU INTERVISTA- L’arrivo di Cristian Chivu sulla panchina dell’Inter ha rappresenta uno dei passaggi più significativi della scorsa estate nerazzurra. Un anno fa esatto, dopo l’addio di Simone Inzaghi, il club ha scelto di affidarsi a una figura che conosce profondamente l’ambiente interista, avendo scritto pagine importanti della sua storia prima da calciatore e poi da tecnico del settore giovanile. Nell’intervista esclusiva concessa a Ivan Zazzaroni per il Corriere dello Sport, il nuovo allenatore ha raccontato emozioni, pensieri e aspettative che hanno accompagnato i giorni precedenti all’inizio della sua nuova avventura.
Chivu ha spiegato di aver vissuto la chiamata dell’Inter con grande senso di responsabilità, consapevole del peso di una panchina che richiede risultati immediati e che impone di confrontarsi quotidianamente con aspettative altissime. Allo stesso tempo, però, l’ex difensore romeno ha sottolineato come il legame costruito in oltre vent’anni con il mondo nerazzurro gli abbia trasmesso serenità e fiducia, permettendogli di affrontare la sfida con convinzione e lucidità.
Nel colloquio con Zazzaroni emerge il ritratto di un allenatore determinato, poco incline ai proclami e concentrato soprattutto sul lavoro. Chivu ha raccontato di essersi presentato al nuovo incarico con entusiasmo, ma anche con la consapevolezza di dover preservare l’identità costruita dall’Inter negli ultimi anni, aggiungendo gradualmente le proprie idee e la propria visione di calcio. Più che rivoluzionare, il tecnico vuole valorizzare una squadra già competitiva, facendo leva sul senso di appartenenza, sulla cultura del sacrificio e sulla voglia di continuare a vincere.
Le parole di Chivu nell’intervista con Ivan Zazzaroni
“All’inizio la mia domanda era: sono in grado di farlo? Sono in grado di portare a buon fine quella che è stata la fiducia che questa società mi ha dato? Sono in grado di gestire una determinata tipologia di giocatori? Perché un conto è allenare dei giovani ambiziosi che hanno voglia di ascoltare e imparare, un conto è arrivare ad allenare giocatori già evoluti, è difficile entrare nella loro testa ed è difficile dire cosa devono fare. Devi avere la sensibilità giusta per essere in grado di farlo e non sapevo se lo ero oppure no. Avevo allenato nel settore giovanile, anche il Parma dove i ragazzi sono stati meravigliosi ma era una situazione molto più complicata rispetto all’Inter. Poi c’è la pressione esterna, quello che vuol dire allenare l’Inter, quello che si crea attorno a questa squadra da sempre per un pareggio o per una partita persa, a volte anche per niente. Ed è stressante, devi gestire un po’ tutto. Fare l’allenatore è la cosa più semplice, allenare e giocare la partita”.
