Inter, 20 anni fa la scomparsa di Giacinto Facchetti: il club ricorda la sua storia, i suoi valori e l’eredità lasciata dentro e fuori dal campo.
Sono passati 20 anni da quel 4 settembre 2006 che cambiò per sempre il mondo nerazzurro. Vent’anni da quando Giacinto Facchetti, dopo una vita trascorsa all’Inter prima da campione, poi da bandiera e infine da presidente, ci lasciò a 64 anni. «20 anni da quando il cielo si è capovolto all’improvviso», ricorda oggi il club, ripercorrendo gli ultimi mesi di vita di un uomo diventato simbolo non soltanto dell’Inter, ma dello sport italiano.
Tutto era iniziato l’11 maggio 2006, quando Facchetti era ancora presidente e la squadra allenata da Roberto Mancini conquistava a San Siro la Coppa Italia contro la Roma, battuta 3-1 grazie ai gol di Cambiasso, Martins e Cruz. Quella sarebbe stata, senza che nessuno potesse immaginarlo, l’ultima partita di Facchetti a San Siro. Un controllo al ginocchio, inizialmente effettuato per poter continuare a giocare a tennis con Aristide Guarneri, si trasformò nell’inizio della malattia. Poi arrivò un’estate indimenticabile e dolorosa: l’Italia vinse il Mondiale in Germania, mentre Giacinto cercava di raccogliere le forze per poter assistere alla finale di Berlino, senza riuscirci.
Il 26 luglio, mentre l’Inter si trovava a Bolzano per l’amichevole contro il Monaco, arrivò anche la notizia dell’assegnazione dello scudetto ai nerazzurri da parte della FIGC. Facchetti lo accolse con parole che ancora oggi rappresentano perfettamente il suo modo di intendere lo sport: «Questo è lo scudetto della correttezza e del rispetto delle regole; uno scudetto ottenuto da una squadra che ha dimostrato di avere forza, tecnica e spirito. È uno scudetto che arriva nel momento in cui il calcio italiano ha deciso di mettere al centro di tutto la questione etica. E per questo motivo è uno scudetto che ha un doppio significato». Poche settimane prima, nell’ultima intervista concessa, aveva lasciato anche una frase destinata a diventare profetica: «Come in tutte le cose della mia vita, sarà il tempo che dimostrerà e chi si è comportato scorrettamente e che magari non sono stati scoperti, io dico che il tempo è galantuomo e prima o poi qualcosa verrà a galla».
Facchetti, l’ultimo saluto: «Era già Sua la storia. Ora siede sul trono dell’Eternità»
Prima dell’addio ci fu ancora il tempo per un ultimo trofeo condiviso con la sua Inter. Il 26 agosto 2006, in una pazza notte estiva, i nerazzurri rimontarono la Roma e conquistarono la Supercoppa Italiana vincendo 4-3, con la punizione di Luis Figo a suggellare il successo. La dedica di Mancini fu per il presidente, che non aveva potuto essere allo stadio. Il giorno successivo Marco Materazzi portò il trofeo in ospedale a Facchetti, trasformando quella visita in un momento di gioia e affetto che sarebbe diventato, di fatto, un ultimo saluto. Giacinto trovò anche la forza di partecipare a un’iniziativa legata al Golden Foot: scese dal letto e si fece prendere il calco del piede con cui aveva scritto pagine indimenticabili della storia del calcio. Poi, però, il tempo finì.
Il 4 settembre 2006 Giacinto Facchetti morì, lasciando un dolore enorme nel mondo nerazzurro e non solo. «Un cuore spezzato. È andato a pezzi in un giorno maledettamente uguale a tanti altri. Senza segnali, senza avvertimenti, col cielo che se ne stava come sempre al suo posto. Si è capovolto all’improvviso». I funerali nella basilica di Sant’Ambrogio furono un’immensa dimostrazione d’affetto: più di diecimila persone, insieme ad amici, compagni di squadra, avversari, personalità dello sport e tifosi, si strinsero attorno alla famiglia. Il figlio Gianfelice lo ricordò attraverso le parole di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, spiegando quanto fosse grande ciò che suo padre aveva lasciato dietro di sé. Striscioni e cori sintetizzarono quell’eredità: «IERI UNA BANDIERA, OGGI UNA STELLA», «CIAO GIACINTO. GRANDE E ONESTO PRESIDENTE» e «GRAZIE FACCHETTI PER AVER ONORATO L’INTER E TUTTI NOI».
Gli furono intitolati il campionato Primavera e il centro sportivo di Interello, luoghi dove continuare a far crescere il calcio attraverso quei valori che Facchetti aveva rappresentato per tutta la vita. Pochi giorni dopo la sua morte, Esteban Cambiasso segnò una doppietta nella vittoria dell’Inter a Firenze e dedicò i gol a Facchetti, con le mani rivolte al cielo e la commozione nascosta nell’abbraccio dei compagni. A fine stagione arrivò lo scudetto conquistato a Siena, festeggiato dall’argentino con la maglia numero 3, quella di Giacinto, chiesta alla famiglia come omaggio speciale. Lo stesso gesto sarebbe stato ripetuto nel 2010, al ritorno da Madrid, con la Champions League in mano. Perché, come scrisse allora l’Inter nel modo più significativo possibile: «Era già Sua la storia. Ora siede sul trono dell’Eternità». Vent’anni dopo, il ricordo di Giacinto Facchetti resta intatto: 20 anni fa, ma per sempre.
Inter, 20 anni senza Giacinto Facchetti: “Il cielo si è capovolto all’improvviso”
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