Inter Family – Nuovo appuntamento con la rubrica di FcInterInside: dopo Biagio Privitera, in arte Biapri, abbiamo avuto l’onore di intervistare in esclusiva una delle più importanti figure legate ai nostri colori. Gianfelice Facchetti ci ha regalato la possibilità di condividere emozioni e ricordi legati al passato ma anche al presente. Sempre con il filo conduttore che accomuna da sempre la nostra storia: i valori umani e sportivi che dalla nascita del club, passando per i grandi miti della storia dell’Inter come Giacinto Facchetti, arrivano fino a noi oggi.
Il ricordo di Giacinto Facchetti e l’affetto dei tifosi
Il cognome Facchetti è da sempre sinonimo di valori: quale sentimento provi in tutte le occasioni in cui viene manifestato questo sconfinato affetto?
“Sono ormai molti anni che mio papà è mancato, ma a dispetto di questi vent’anni la cosa sorprendente per me, visto che ci parliamo oggi, è di constatare quanto e come il suo ricordo e l’affetto nei suoi confronti sia longevo, quanto sia ancora adesso presente.
Lo avverto dappertutto, girando. È una cosa che va ben oltre il tifo, sicuramente il mondo dei tifosi è quello più vicino, però è una cosa che va oltre e che continuo a toccare con mano e devo dire che mi sorprende.
Così come la cultura popolare, ti faccio un esempio, adesso ha debuttato al cinema l’ultimo film di Antonio Albanese. C’è una scena in cui una donna anziana sta lavorando a maglia, e c’è un maglione fatto a mano, nero a strisce nero-azzurre con sopra scritto sulle spalle Giacinto.
Me lo avevano segnalato durante le riprese per chiedermi se mi facesse piacere, e poi una volta finito il film me l’hanno anche regalato. Queste cose per me sono senza prezzo, perché poi capisco che si è ritagliato uno spazio che nessuno è riuscito a scalfire e questo vale più di qualsiasi causa legale che tu puoi fare.
Penso che paradossalmente cresca nel tempo l’affetto, soprattutto delle persone che l’hanno vissuto. Lui poi ovviamente nella sua traiettoria professionale e sportiva ha avuto la fortuna e la capacità di riuscire a rappresentare e ad unire generazioni diverse perché è nato nel 42, la carriera ovviamente è quella degli anni 60-70, però poi si è legato all’Inter anche da dirigente fino ad arrivare addirittura a diventare presidente in un momento storico particolare ed è riuscito ad agganciare per questo motivo anche due o tre generazioni”
Le bandiere dell’Inter: da Facchetti a Zanetti e Lautaro
Si ritrova per te una sorta di linea di continuità per valori e attaccamento alla maglia tra figure come quella di tuo papà, passando per Zanetti e arrivando al capitano di oggi Lautaro?
“Ci sono dei capisaldi, ci sono dei giocatori che sono diventati bandiere, sono diventati un po’ i punti cardinali per orientarsi anche quando magari il campo non ti restituiva i risultati o trofei.
Per nostra fortuna c’è sempre stato qualcosa di cui andare orgogliosi. Li abbiamo sempre avuti, giocatori e figure che hanno sempre avuto a cuore e portato avanti i valori che ci rappresentano.
Come non citare anche Giuseppe Bergomi, fino ad arrivare a quello che forse è il più “interista di tutti” e cioè Javier Zanetti.
Anche in questo caso come senso di appartenenza possiamo dire di avere nella nostra storia figure di grande rilievo. Come ad esempio quella di Árpád Weisz, più giovane allenatore a diventare campione d’Italia a soli 34 anni in un periodo storico tra l’altro decisamente molto complicato”
Inter dal 1908: una storia di identità e innovazione
Internazionale dal 1908: la volontà di essere diversi fin dal principio. Secondo te cosa ci distingue dalle altre realtà?
“Come dici tu, la storia dell’Inter nasce da una scelta precisa di prendere una strada diversa. In un momento storico che all’epoca non voleva che il calcio si aprisse agli stranieri, in qualche modo i 44 soci dissidenti del Milan vogliono invece marcare una distanza.
“Questo è un tipo di tema che poi nel corso della storia si è ripresentato più volte. In occasione delle celebrazioni per il 118° anniversario della fondazione del Club, che ricorre il 9 marzo, ho portato in scena il racconto teatrale “Aperti al mondo. Dal 1908” per il settore giovanile e per i dirigenti.
Sicuramente credo che dall’autunno prossimo ci sarà modo di portarlo in giro. Inoltre raccontando la storia e riascoltandola , mi sono accorto una volta di più, per esempio in un momento storico come questo, segnato dalle divisioni, dalle guerre e dalla conflittualità, quanto sia veramente alto il proposito portato avanti dal primo giorno.
Penso anche al fatto che l’Inter abbia una serie di caratteristiche che la fanno un po’ discostare dal resto, nel senso che è una squadra che spesso e volentieri arriva prima degli altri. È una squadra che è avanguardia, che ha appunto sin dalla nascita il coraggio dello smarcarsi, di tracciare, di solcare una strada tutta propria.
Questo tipo di aspetto si è rivelato in tante situazioni, sia situazioni di campo che situazioni extra campo. La prima squadra che vince la Coppa Intercontinentale, la prima squadra che fa il Triplete.
Tutte queste cose sono degli aspetti che alla fine ti raccontano da dove passi la tua identità. Sicuramente in questa identità di una squadra che nasce come un club per il gioco del pallone, ci sono passati dentro anche principi più elevati, più nobili, che appunto hanno un loro valore altissimo”.
Inter e media: una “grande diversa”
Possiamo tranquillamente affermare come l’Inter sia diversa tra le grandi, anche per quanto riguarda i media.
“Nella nostra storia i presidenti e i proprietari dell’Inter non hanno mai avuto grandi legami con il mondo dell’editoria, quindi né carta stampata, né televisioni.
Se fai il confronto al Milan, ancora prima di Berlusconi, c’era Rizzoli. Oppure pensa alla Juventus. L’Inter da questo punto di vista, tra le grandi, è sempre stata una “grande diversa” in questo senso, perché non ha mai avuto un legame con quel mondo lì.
E questo porta a volte che ci sia una sorta di esasperazione. Abbiamo visto con Bastoni: non ho notato niente di diverso. È emblematica l’ipocrisia che c’è da parte di alcuni media nei nostri confronti.
E non aggiungerei altro, il discorso sarebbe troppo ampio e già affrontato innumerevoli volte”.
I ricordi: infanzia e centenario dell’Inter
Per concludere, ti chiederei di provare a scegliere due ricordi: uno vissuto insieme a tuo papà e uno personale.
“Mi ritengo ovviamente molto fortunato perché comunque a quasi 52 anni, ne ho vissuti tantissimi. Se devo scegliere uno o più ricordi, faccio fatica di volta in volta a selezionare. In questi giorni, visto che c’è stata la festa del papà, ho tirato fuori una foto mia ad Appiano Gentile con lui, quando ancora era in attività Io avrò avuto tre o quattro anni, quindi lui era quasi alla fine della carriera.
È stato proprio l’entrare con i piedi nel mondo Inter. Camminare lì in mezzo a quei giganti, è stato proprio mettere i piedi in un mondo magico come quello neroazzurro. Questo è sicuramente uno di quelli più potenti che ho con lui.
Per quanto riguarda invece un mio ricordo personale, visto che siamo a marzo e la cosa ritorna, penso il momento del centenario. Quando mi è stato chiesto e di conseguenza mi è stata data la possibilità di dare il via alle celebrazioni dei 100 anni dell’Inter a San Siro.
Quella notte che ogni anno, appunto, quando c’è il compleanno dell’Inter viene in qualche modo rilanciata. Quello è stato un po’ anche il mio atto in qualche modo di affetto dichiarato all’Inter. Ed è stato anche un po’ un modo per mettere insieme tutti i pezzi. Mio papà era mancato da circa due anni, quindi è stato il prendere parola, per la prima volta in veste ufficiale, nel nome dell’Inter. Quella notte lì è sicuramente una di quelle che mi porto maggiormente nel cuore”.